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Tutti i quotidiani riportano l'incredibile proposta leghista, becera quanto idiota: far fare un test d'ammissione di padano ai professori del sud che insegnano al nord. Oggi, dopo le pressioni di tutto il paese sano, le prime quasi smentite:
il Presidente dei deputati della Lega Nord, onorevole Roberto Cota replicando alle molte critiche venute alla proposta della lega sui dialetti e i professori: "Il presunto esame di dialetto è una bufala. La proposta è quella di fare dei test pre selettivi per consentire l'accesso agli albi regionali degli insegnanti, albi previsti proprio dalla proposta di legge in discussione.
Tali test sono visti come propedeutici rispetto al superamento dei concorsi pubblici (a scanso di equivoci si allega il testo dell'emendamento dove la questione del dialetto non compare nemmeno). Quella che bisogna eliminare è la sperequazione che si crea dando esclusivo peso alla valutazione dei titoli scolastici, perché come sappiamo ci sono università più 'generose' e università più 'rigorose'. Come si può evincere dal testo dell'emendamento il test dovrà riguardare uno spettro culturale ampio, non riconducibile alla banalizzazione che viene fatta oggi dai giornali".
Un grande uomo del sud ha così commentato:
ROMA - "I leghisti imparino l'italiano oppure scrivano le leggi in padano, in veneto o nella lingua locale della provenienza del singolo deputato". E' l'invito ironico dello scrittore Andrea Camilleri, da sempre fautore dell'importanza del dialetto e utilizzatore di esso per i suoi libri. Camilleri entra così nella polemica scatenata dalla norma che vorrebbe un esame di dialetto regionale per l'assunzione dei maestri di scuola e fa specifico riferimento all'esponente del Pdl, Fabio Granata, il quale "ha detto che la norma stessa è scritta male in italiano", sottolinea il padre di Montalbano. "La norma è stata presentata - prosegue lo scrittore - su tutto questo non c'é alcun dubbio. Possono tirare il sasso e ritirare la mano come accade sempre quando c'é una sollevazione in risposta a una iniziativa di questo genere". Lo scrittore siciliano ribadisce la sua difesa dei dialetti definendoli "una ricchezza per la nostra lingua, quella marcia in più per l'Italia" e tira in ballo gradi autori come Porta, Belli, Pirandello, Martoglio, che "rappresentano l'enorme tradizione culturale dialettale che da sempre costituisce una linfa nazionale". In questo senso "i dialetti non sono una sostituzione della lingua ma un arricchimento della stessa ed essi - ammonisce Camilleri - non possono certamente essere usati come elementi di secessione". Inoltre, "sono pochi i dialetti che possono assurgere a lingua nazionale come quello sardo, ma i sardi - prosegue lo scrittore - non pretendono certamente l'esame di 'sardinita'". In merito alla necessità di arginare il fenomeno dei tanti maestri scolastici meridionali che lavorano al Nord, Camilleri si chiede: "Ma perché bisogna arginarlo? Forse perché i meridionali sono più svegli? O perché hanno bocciato il figlio di Bossi?". Al contrario, lo scrittore auspica un "sempre maggiore scambio tra gli italiani perché altrimenti si finisce come quei matrimoni dello stesso gruppo sanguigno che diventano impoverimento culturale. La mentalità che si sta diffondendo - conclude - diventa sempre più localistica e di frazione localistica, in essa scompare perfino l'idea di unità d'Italia".
Questo triste spettacolo leghista, un misto di ignoranza e cattiveria, sta facendo precipitare il paese nel più buio pozzo di cafonaggine mai raggiunto prima.
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( 3.5 / 13 )foto e citazioni ansa.it
ROMA - Totò Riina, a lungo uno dei capi di Cosa Nostra, è stato interrogato per circa tre ore nel carcere di Opera (Milano) dai magistrati della procura di Caltanissetta, che indagano sulle stragi di Capaci e via D'Amelio, nelle quali furono uccisi rispettivamente Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, oltre agli uomini di scorta. Al termine dell'interrogatorio, i magistrati hanno lasciato l'istituto di pena senza fare dichiarazioni. L'avvocato Luca Cianferoni, che ha assistito Riina, si è intrattenuto brevemente con i giornalisti, senza tuttavia entrare nello specifico delle dichiarazioni fatte da Riina ai magistrati.
Per le stragi del '92 ''ci sono innocenti in carcere e colpevoli fuori". Lo ha detto l'avvocato di Totò Riina, Luca Cianferoni, lasciando il carcere di Opera (Milano) dove il boss è stato interrogato stamani dai giudici di Caltanissetta che indagano sulle stragi in cui morirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L'avvocato non ha voluto confermare quanto il suo assistito avrebbe dichiarato nei giorni scorsi riguardo il coinvolgimento di una mano esterna alla mafia negli eccidi di Capaci e via D'Amelio. "E' una domanda a cui non posso rispondere".
Luca Cianferoni ha aggiunto che, a sua avviso, il processo, già celebrato, per la strage di via D'Amelio "é stata una montatura". "Ci sono innocenti in carcere e colpevoli fuori", ha aggiunto il legale, secondo il quale "ci sono elementi nuovi per poterci difendere".
Non avevamo dubbi. Lo sanno tutti che il nostro è il paese dei figli di puttana e dei mafiosi in parlamento.
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( 3.6 / 14 )foto internet; citazioni repubblica.it
ROMA - La Camera ha votato la fiducia al governo - la ventitreesima della legislatura - posta sul decreto anticrisi. I sì sono stati 294, i contrari 186. L'Mpa di Raffaele Lombardo non ha partecipato allo scrutinio per protesta contro la politica per il sud.
I contenuti. E' ricco di misure che avranno impatto sulla vita degli italiani il maxiemendamento oggetto del voto. Dallo scudo fiscale per i capitali esportati illegalmente alla ministretta sull'età pensionabile, dagli aiuti per le imprese grandi (Tremonti-ter per chi reinveste gli utili) e piccole (moratoria dei debiti bancari e incentivi alla capitalizzazione) alla sanatoria di colf e badanti.
Chi ha truffato lo stato lucrando all'estero potrà far rientrare quei soldi senza praticamente pagarci tasse. Una nuova forte azione in aiuto di chi non ne ha bisogno.
Grandi aiuti alle grandi aziende, piccoli aiuti alle piccole aziende, nessun aiuto alla gente comune che, dopo averlo votato abbacinata dalle rutilanti promesse gaudenti, ora comincia ad avvertire un certo bruciore tra le natiche metaforicamente violate.
Ma Silvio Primo, Signore dei Vulcani e delle Passeggiatrici D'Alto Bordo, francamente se ne fotte. Anzi, si vanta con una supposta baldracca di lusso (lemma altrove assurdo se associato a primo ministro) di avere edificato su reperti archeologici sottratti all'umanità; nella casa delle libertà e delle vacche libertine si può infrangere ogni regola, alla faccia del popolo coglione che l'ha votato:
ROMA - Tombe fenicie a Villa Certosa? Berlusconi ne parla nelle registrazioni dei suoi colloqui con l'escort Patrizia D'Addario a Palazzo Grazioli e la questione si è spostata sul terreno della tutela dei beni culturali mentre l'avvocato del premier Niccolò Ghedini ne smentisce recisamente l'esistenza.
La denuncia. E arriva anche un esposto-denuncia alla procura della Repubblica di Roma, al comando generale dei carabinieri dei beni culturali e, per conoscenza, al ministro dei Beni culturali: a presentarlo è l'Osservatorio internazionale archeomafie. Lo rende noto il presidente, Maurizio Montalto. Anche la politica non rimane indifferente grazie ad un'interrogazione dell'Italia dei Valori.
Nella denuncia si chiede alle autorità, una volta verificata la fondatezza delle circostanze segnalate, di "valutare se ricorrano ipotesi di reato" , di individuare "i responsabili dello stesso e adottare tutti gli atti persecutori sanzionatori del caso nei confronti degli stessi. Valuti altresì se ricorrono i presupposti per disporre il sequestro dei beni e ne compia gli atti consequenziali".
E' lo stesso tronfio nano gaudente che ha urinato in allegria sulla volontà popolare che nel 1987, con 20 milioni d'italiani votanti, ha detto un NO grande come una casa al nucleare. E la carogna sale.
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( 3.5 / 13 )foto e citazioni ansa.it
L'AQUILA - Il sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, non indosserà più la fascia tricolore per protesta contro la normativa fiscale che impone ai residenti nei Comuni del cratere sismico la restituzione al 100% a partire dal prossimo gennaio delle tasse sospese dopo il terremoto.
"Se devono lasciarci in questa situazione - ha detto Cialente - non indosserò più la fascia tricolore da sindaco. Con questa situazione fiscale l'economia aquilana non può ripartire". Il primo cittadino ha invitato a lanciare un messaggio netto: "Nel momento in cui il Paese, rappresentato dal Governo, decide che L'Aquila è tornata in una situazione di normalità e, quindi, può pagare tranquillamente le tasse, c'é bisogno di un segnale importante". Cialente si è detto pronto anche a restituire la fascia al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. "La riprenderò - ha dichiarato - solo quando vedrò che questo Paese ci è vicino". Il sindaco critica anche la scelta di non destinare i proventi dello scudo fiscale alle aree terremotate. Lunedì prossimo la Commissione congiunta di finanze e bilancio discuterà gli emendamenti presentati in Parlamento per modificare i parametri di restituzione degli oneri fiscali non versati. "Allo stato attuale - ha sostenuto il deputato Giovanni Lolli (Pd) - gli aquilani devono restituire il 100% delle tasse e degli oneri previdenziali in 24 rate a partire da gennaio. Ciò vuol dire che fra sei mesi i cittadini, oltre a tornare a pagare i mutui, dovranno versare tasse e oneri, con una maggiorazione di 23 milioni di euro al mese per gli arretrati, per un totale di 513 milioni di euro in più in due anni. E' una zona franca al contrario". Gli emendamenti presentati da Pd, Mpa, Udc e Idv chiedono invece un'ulteriore sospensione di sei mesi dei versamenti fiscali e una restituzione forfettizzata al 40% dopo dieci anni, con un regime simile a quello utilizzato per il terremoto in Umbria e nelle Marche. Sarà discusso anche un emendamento in proposito del deputato Marcello De Angelis (Pdl).
Dedico questa PREVEDIBILISSIMA, ennesima schifezza dello psicofascio a quei pirla di aquilani che gli hanno creduto votandolo. Forse ora capite, ancora una volta troppo tardi.
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( 3.2 / 16 )foto e citazioni ansa.it
Neanche di lui ci si può più fidare. La nostra Repubblica in mano alle bande.
ROMA - Nel promulgare la legge sulla sicurezza approvata dal Parlamento il 2 luglio scorso, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sottolinea tuttavia che "suscita perplessità e preoccupazioni l'insieme del provvedimento che, ampliatosi in modo rilevante nel corso dell'iter parlamentare, risulta ad un attento esame contenere numerose norme tra loro eterogenee, non poche delle quali prive dei necessari requisiti di organicità e sistematicità". In particolare, il capo dello Stato rileva "la presenza nel testo di specifiche disposizioni di dubbia coerenza con i principi generali dell'ordinamento e del sistema penale vigente".
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano "ha ritenuto di richiamare l'attenzione del presidente del Consiglio e dei ministri dell'Interno e della Giustizia per le iniziative che riterranno di assumere - si legge in una nota del Quirinale - anche alla luce dei problemi che può comportare l'applicazione del provvedimento in alcune sue parti". "La lettera, ampiamente argomentata - sottolinea la nota - é stata inviata, per conoscenza, anche ai presidenti del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati".
Palazzo Chigi esprime soddisfazione e apprezzamento per la promulgazione da parte del Presidente della Repubblica della legge sulla sicurezza che permette di rispondere immediatamente ad una serie di richieste dei cittadini. Palazzo Chigi sottolinea inoltre che le considerazioni del Capo dello Stato saranno valutate attentamente e che si terrà conto delle notazioni e dei suggerimenti espressi dal Presidente Napolitano già a partire dalla prima applicazione della legge stessa.
E allora perchè ha firmato? E' forse nient'altro che uno di loro? Se ha tutti questi dubbi sulla costituzionalità di questo vomito legislativo, perchè non l'ha rimandato alle camere? La risposta, mai così triste e sconsolata per chi ama la giustizia, è fin troppo evidente: Napolitano, uno di loro.
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