Il problema è che i segnali che giungono dal resto del mondo e che è possibile cogliere da tv e giornali sono davvero molto contrastanti. Inevitabile che ciò comporti un certo disorientamento, anche per gli osservatori più attenti. In queste poche righe che ancora mi separano dalla fine dell’ultimo capitolo cercherò di riassumere brevemente i fatti più critici, almeno dal mio punto di vista, sia in senso positivo che decisamente negativo.
Ancora Arabia Saudita
È vero, solo pochi paragrafi più su terminavo quella breve panoramica con la strana nomina ad ambasciatore saudita di un vecchio amico di Osama bin Laden. Sembra che il fratellastro di re Fahd stia dando un colpo al cerchio ed uno alla botte e il gioco pare farsi pericoloso. I quotidiani italiani del 19 agosto 2005 hanno riportato la notizia dell’uccisione del leader di al-Qaeda in Arabia Saudita, Saleh al Awfi, anch’egli saudita, proprio a Medina, la seconda città santa wahabita. L’operazione è stata portata a termine dagli uomini dell’antiterrorismo di Riad, che già un mese prima avevano eliminato due suoi collaboratori ed arrestato la moglie e tre figli. Il primo fatto che mi è tornato alla mente subito dopo aver appreso la notizia è stato sicuramente il ricordo della chiusura di tutte le sedi diplomatiche degli Stati Uniti in Arabia per due giorni, proprio all’inizio del mese. Forse in risposta ad un tentato attacco c’è stata questa rappresaglia. Riporto di seguito un estratto delle dichiarazioni del ministro dell’interno in carica a febbraio 2005, il principe Nayef, quando con quelle parole apriva il vertice internazionale contro il terrorismo.
Quelle parole, riattualizzate dagli eventi di Medina, dal mio punto di vista autorizzano ulteriormente a collegare l’uccisione del leader di al-Qaeda alla minaccia di attentati di alcune settimane prima:
..negli ultimi due anni abbiamo subito 22 tra esplosioni, attacchi e rapimenti che hanno causato la morte di 90 cittadini e stranieri e ferito 507 persone. Grazie alla benevolenza di Allah e alla loro allerta le forze di sicurezza hanno sventato 52 operazioni terroristiche che avrebbero potuto fare altrettante vittime.
Frances Townsend, consigliere statunitense alla sicurezza e delegata alla stessa Conferenza, sottolineò in quell’occasione che
Il mondo non può sconfiggere il terrorismo senza che l’Arabia lo sconfigga in casa sua.
In questa ottica le intenzioni da parte nordamericana paiono voler spingere per stringere viti colpevolmente allentate in passato, grazie ad amicizie e rapporti economici troppo disinvolti. È uno scenario che francamente non pare destinato nell’immediato a generare situazioni granché tranquille, anzi, pare proprio la decisa risposta dei Saud a quella frase del video di al-Zawahiri con la quale si minacciava di voler punire Stati Uniti e loro alleati “.. finché non vi ritirerete dalle nostre terre, non smetterete di rubare le nostre risorse petrolifere e non smetterete di sostenere i tiranni corrotti”. Se il buongiorno si vede dal mattino, qui è notte fonda.
Sharon, Gaza e i palestinesi
Su questo versante sta accadendo un fatto estremamente inaspettato, anche se largamente preannunciato. Devo ammettere che credevo fosse solo una mossa propagandistica quella di Sharon di annunciare il ritiro dei coloni ebrei dalla striscia di Gaza.
In questi caldi giorni di questa strana estate 2005 stiamo assistendo ad un bombardamento mediatico circa l’angoscioso ritiro dalla striscia di Gaza dei coloni ebrei, reso operativo dall’esercito israeliano. È un primo passo, estremamente positivo ai fini della fine del conflitto più critico dell’intera scena planetaria. Ma permettetemi al riguardo tre personalissime considerazioni.
DI CHI È GAZA?
La prima consiste nel fatto che quelle urla, quelle scene di disperazione di coloni in lacrime per dover abbandonare quelle case, stridono parecchio con la storia. Magari per le nuove generazioni ebree, nate e cresciute su quelle terre, quei sentimenti possono risultare comprensibili, ma non dimentichiamo che gli israeliani la striscia di Gaza l’hanno occupata con la forza. Non era casa loro. Se un leader della destra estrema come Sharon arriva ad ordinare il ritiro, vuol dire che sa bene che quella è l’unica strada per porre fine allo stillicidio al quale israeliani e palestinesi stanno giocando tragicamente da decenni: è ora di restituire la terra rubata ingiustamente ai legittimi proprietari. Per chi non lo ricorda, quelle “colonie” furono occupate dopo la guerra del 1967 (altro che terra promessa: terra strappata ai proprietari con le armi).
E Gaza è solo un esempio dei territori palestinesi occupati da Israele tramite il suo esercito. Ripeto, è un segnale estremamente positivo, ma è anche solo l’inizio.
Dal mio punto di vista infatti due ulteriori elementi si impongono al riguardo per una riflessione ulteriore; per prima cosa il ritiro da Gaza è stato un atto unilaterale degli israeliani, non certo il risultato di trattati di pace tra i due contendenti. Ciò avrebbe dato un valore senz’altro incredibilmente maggiore all’atto in se, che di fatto rimane poco più che simbolico guardando i grandi numeri.
L’altro commento inevitabile è che se a Gaza c’erano ottomila coloni, per altro arrivati a suo tempo anche grazie allo stesso Sharon, ce ne sono ben duecentocinquantamila in Cisgiordania.
Era questo che intendevo invitando a considerare i grandi numeri.
RISPOSTA PALESTINESE
La seconda considerazione riguarda la reazione palestinese, devo dire senza timore di smentita, estremamente intelligente e strategicamente perfetta, almeno fino al momento in cui scrivo. Durante le due settimane in cui l’esercito israeliano ha costretto i coloni al ritiro ci sono stati degli atti criminali di alcuni coloni ebrei, che al sottoscritto sono parsi come l’ennesima scintilla che avrebbe potuto far crollare l’intero processo. Mi riferisco ad un attentato compiuto da un israeliano contro altri ebrei, ma arabi.
Si, avete capito bene: un ebreo che ammazza altri ebrei. Si è trattato di un militante delle fasce integraliste ebree, appartenente ad un’organizzazione che si batteva contro il ritiro da Gaza. Questo pazzo è salito su un autobus pieno di ebrei ed ha aperto il fuoco contro alcuni arabi, pure ebrei ma arabi, uccidendoli a sangue freddo. La folla lo ha immobilizzato, linciato e ucciso.
Il mio primo pensiero è stato di stupore: ora gli ebrei si ammazzano tra loro.
Pochi giorni dopo, un episodio ancora più grave; un altro israeliano ha ucciso alcuni arabi, ma stavolta palestinesi. A quel punto il fortissimo timore era quello di una vendetta di Hamas, magari con un contro-attentato, capace potenzialmente di dare un pretesto a Sharon per interrompere il ritiro. Ringraziando il cielo, così non è stato e ad ora gli ottomila coloni della striscia di Gaza sono stati sgombrati.
TROPPO SANGUE VERSATO
La terza considerazione inevitabilmente riporta a calcolare il prezzo di questa situazione. Intendo riferirmi non tanto ai gesti inconsulti dei coloni ebrei, che sono stati capaci di gettare acido (!) sul loro stesso esercito che doveva farli sgombrare, quanto piuttosto a tutte le vite spezzate negli ultimi decenni perché si restituisse la terra ai legittimi proprietari. Il prezzo pagato in termini di vite umane è incredibilmente alto e tragico; ma tra tutte quelle morti vorrei ora ricordarne una ad esempio, che credo oggi, a ritiro avvenuto, possa essere considerata come faro nella notte, finalmente vittoriosa: la giovane vita stroncata con disumana cattiveria da un usurpatore violento e inassolvibile. Forse alcuni di voi, magari i più curiosi, si saranno chiesti a chi corrispondano quelle iniziali alle quali ho dedicato questo libro, R. C., riportate un po’ anonimamente nelle primissime pagine. Gaza è stata liberata anche grazie al sacrificio, ingiusto e crudele di Rachel Corrie, una giovane, bellissima e positiva pacifista nordamericana di soli 23 anni (se volete, fate pure una ricerca su internet per saperne di più). Il 15 Marzo 2002 in un’azione a Rafah, appunto nella striscia di Gaza, Rachel era con i suoi amici per cercare di opporsi alle demolizioni che ormai stavano annientando i palestinesi, riducendo le loro case a rovine inservibili. “Era seduta sulla traiettoria del Bulldozer, il conducente l’ha vista, ha proseguito e le è passato sopra” ha dichiarato Joseph Smith, militante pacifista americano. “La ruspa le ha versato sopra la terra e poi si è messa a schiacciarla” ha aggiunto agghiacciato un’altro suo compagno, Nicholas Dure. Rachel Corrie a soli 23 anni ha perso la vita, mentre difendeva con il proprio corpo e le sue idee, armata solo di fede nella giustizia e di un megafono, il diritto dei cittadini palestinesi ad avere un’abitazione ed una terra. Il mondo, i palestinesi e tutta la gente di buona volontà deve ringraziare Rachel Corrie, il suo coraggio e la sua determinazione. E condannare i suoi assassini: i soldati dell’esercito israeliano.
L’altra potenza
Un altro segnale che secondo me va colto in tutta la sua natura, ricca di significati, rischi, ma anche prospettive si riferisce ad un'altra notizia, sempre di agosto 2005. Si tratta di un’esercitazione militare.
Forse vi state chiedendo cosa in un’esercitazione militare possa attirare l’interesse d’un obiettore di coscienza. Beh, si tratta di un evento molto particolare, forse epocale, magari leggibile come esplicita risposta alle dichiarazioni di Bush, disposto a “considerare l’opzione militare come ultima risorsa” contro l’Iran, colpevole di aver riattivato la produzione di uranio per alimentare le centrali elettriche (almeno questa è stata la dichiarazione del neoeletto presidente).
L’esercitazione di cui parlavo è importantissima a mio modesto parere, perché la prima congiunta tra esercito russo e cinese.
Il ruolo di attore comprimario, sostanzialmente dal punto di vista economico, che la Cina ha avuto negli ultimi decenni si presenta ora del tutto trasformato, data la incredibile forza d’urto che il fenomeno dell’invasione commerciale di manufatti cinesi a basso costo in tutta Europa (e non solo) sta avendo. Di conseguenza, la grande disponibilità di flussi di denaro ha permesso alla Cina di investire decisamente in formazione, creando così uno sterminato numero di professionisti, tecnici e progettisti in tutti i settori della sua vita economica.
Anche il suo esercito si rinnova e quel ruolo di comprimario è ormai, anche dal punto di vista militare, null’altro che un ricordo. L’esercito cinese ha svolto in questi giorni una enorme esercitazione militare dicevo, assieme all’esercito russo. Dal punto di vista russo, anche qui c’è una grandissima inversione di tendenza: quello che ormai aveva assunto un’immagine di triste baraccone obsoleto, disgregato dalla caduta del muro di Berlino e ridotto ormai ad una realtà forse solo economica, ora pare risollevarsi.
Insomma è come se Russia e Cina si stiano promettendo amore eterno, scambiandosi reciprocamente doni di altissimo valore: il prezioso petrolio russo, indispensabile per alimentare l’incredibile fame di energia dell’industria cinese e la forte economia dell’ex Paese del riso.
Al momento non ho elementi sufficienti per farmi un’idea più precisa circa il valore che questo fatto ha per l’occidente. Se da un lato la creazione di una nuova “Unione dell’Est” potrebbe rendere meno leggero il peso della Russia nei confronti degli Stati Uniti, dall’altro potrebbe essere il triste preludio ad un sorta di nuova guerra fredda, cosa che francamente non mi auguro, dati i disastri scaturiti dalla prima.
Ancora attentati
È una spirale ormai senza apparente via d’uscita. Speriamo che il ritiro israeliano da Gaza interrompa la tragica sequenza di morte. Intanto si continua a sentir parlare di autobombe, razzi, esplosioni più o meno in tutto il Medio Oriente. Tre missili Katiusha hanno colpito forze navali statunitensi nel porto di Aqaba e ad altre vicine al golfo di Eilat, senza contare altri obiettivi secondari, come un ospedale militare Giordano. Anche queste azioni sono state rivendicate da al-Qaeda, o meglio da gruppi vicini ad al-Qaeda. Stavolta i razzi sono partiti in territorio Giordano.
Come se non bastasse, subito dopo ferragosto 2005 è giunta anche la tragica notizia di centoventi bombe esplose quasi simultaneamente in Bangladesh, anche lì con rivendicazione dell’estremismo islamico.
Tanto per dirla tutta l’allarme in Italia è al massimo livello per le esplicite minacce rivolte tramite l’ultimo video di al-Qaeda mandato in onda da Al-Jazeera. Alcuni sono anche arrivati a riconoscere la matrice terroristica nella sfortunata sequenza di mortali incidenti aerei che hanno funestato il mediterraneo in questo agosto macchiato di sangue, francamente senza prove né rivendicazioni. Il che rende improbabile (anche se non impossibile) si tratti di atti terroristici, almeno secondo quanto al momento è dato sapere.
Dal punto di vista degli attentati comunque, non pare splendere il sole.
Rischio xenofobo
Beh, se da un lato credo sia lecito preoccuparsi della reazione istintiva e antiamericana in gran parte del mondo occidentale, dall’altro non è escluso che per contrasto accada anche qualcosa di simile nei confronti degli islamici che vivono in pace, altrove nel mondo. Non ho alcuna prova per sostenere che in Francia gli innumerevoli eventi tragici accaduti tra agosto e settembre 2005 siano di origine dolosa. Si è trattato di roghi e incendi che hanno riguardato strutture abitative a volte fatiscenti, inizialmente giustificati come eventi fortuiti o dovuti a particolari comportamenti rischiosi da parte degli stessi occupanti. In quelle occasioni ci sono state molte decine di morti, in gran parte presi nel sonno. Intere famiglie, con molti bambini morti prima che potessero sperimentare un qualunque futuro, che invece non avranno.
Ma considerando che a volte si è trattato di stabili assolutamente normali (come quello avvenuto in un palazzo di 18 piani in ottime condizioni avvenuto il 3 settembre) e che addirittura alcuni testimoni pare abbiano visto allontanarsi persone con taniche ormai svuotate su muri e mobilio, il sottoscritto non riesce a non sospettare che invece non si tratti della mano assassina di qualche xenofobo, in puro stile hitleriano, pazzo e razzista, che si propone di eliminare le minoranze che non ritiene degne di vivere.
Sarà, ma il fatto che si tratti sempre di gente di colore o comunque non del luogo, anzi extracomunitari e la crescente criminalizzazione della diversità, di fatto resa attuale e contemporanea all’istituzione di stati di polizia in molti paesi europei, personalmente mi porta a considerare l’evenienza che si tratti di odio anti islamico, magari di gruppi di criminali ignoranti, capaci di far confluire in un’unica, confusissima categorizzazione ogni diversità, arrivando magari a miscelare in un unico calderone islamici, gente di colore ed extracomunitari in genere.
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